agosto 31

Maledetta Seleção, Storia del Brasile dal 1950 al 2014, un libro di Diego Corrado e Luciano Mondellini in occasione della Coppa del Mondo

Il libro “Maledetta Seleção – storia del Brasile dal 1950 al 2014, politica, economia e cultura raccontate dalle gesta ai mondiali di una squadra condannata a vincere sempre”, Class editore, sarà presentato sabato 6/9 alle 20 al Carroponte di Sesto San Giovanni, dove gli autori Diego Corrado e Luciano Mondellini ne discuteranno con l’On, Lia Quartapelle, segretario della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.
Sarà l’occasione per fare il punto sulla situazione del Brasile e dei Bric, all’indomani della Coppa del Mondo e alla vigilia di elezioni presidenziali che si presentano incertissime.

Copertina Maledetta Seleçao

Per l’occasione ecco un ampio estratto dall’ultimo capitolo del libro, “Il Brasile oggi, crisi di crescita o scricchiolii strutturali?”.

“Anche l’arrivo alla presidenza di Dilma Rousseff, la pupilla di Lula eletta a fine 2010, è stata una prima assoluta. Non solo la prima volta di una donna al potere, ma anche di una persona che in vita sua non aveva disputato nessun incarico elettivo.

Perché Dilma, che nel settembre 2012 sarebbe diventata la prima donna ad aprire un’Assemblea generale dell’ONU, è una supertecnocrate. Dopo gli anni giovanili, che come abbiamo raccontato l’hanno portata a condividere con tanti coetanei l’esperienza della lotta armata, della tortura e del carcere all’inizio degli anni 70, si avvicina alle amministrazioni di centro sinistra del Rio Grande do Sul, lo stato dove si trasferisce dopo il ripristino della democrazia. Invitata a far parte dell’equipe di tecnici che mette a punto il programma della vittoriosa campagna di Lula, nel suo primo governo ricopre un incarico ministeriale non di primissimo piano, quello di Ministra delle Miniere e dell’Energia, dove però si mette in luce per l’indefessa disciplina e capacità di organizzazione.

Quando José Dirceu nel 2005 lascia l’incarico di Minstro Chefe da Casa Civil, causa il coinvolgimento nello scandalo di corruzione che mette fuori gioco personalità di primo piano del PT , è lei a sorpresa la prescelta da Lula per questo incarico chiave, di fatto il primo ministro nel sistema presidenziale brasiliano.

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Gli indici di gradimento record del Lula di fine mandato trovano solide giustificazioni nelle statistiche economiche: negli anni del suo doppio mandato, tra il 2003 e il 2010, l’economia brasiliana è cresciuta a un ritmo medio di oltre il 4% annuo. Lo stesso Jim O’Neill, l’economista di Goldman Sachs inventore nel 2001 dell’acronimo BRIC, cioè colui che per primo intuì le potenzialità di questo gruppo di paesi, nel 2011 è tornato con un libro ad occuparsi del tema. Ricordando lo scetticismo con cui il suo paper fu ricevuto dalla comunità accademica, ha ammesso “sì, ci siamo sbagliati, ma per eccesso di cautela”. Le dinamiche che egli proiettava nel lungo periodo si sono compiute in una manciata di anni, il Brasile – per restare al nostro tema – ha scalato dall’11° al 6° posto la graduatoria delle maggiori economie, il suo PIL che nel 2001 era 1/20 di quello USA nel 2011 era 1/6, il peso dell’economia brasiliana tra le prime 10 del mondo è raddoppiato.

E se una crescita media del 4% resta lontana da quella fatta registrare da Cina e India, per restare in ambito BRIC, poco importa. Il Brasile infatti ha un reddito procapite che è oltre il doppio di quello cinese, otto volte quello indiano, e ciò che più rileva è che questa crescita sostenuta non si è distribuita uniformemente tra tutte la fasce della popolazione, ma ha beneficiato – caso pressoché unico al mondo, in un momento in cui ovunque aumentano le disuguaglianze – principalmente i più poveri. Sono loro che durante il governo dell’ex sindacalista hanno visto i loro redditi crescere a ritmi cinesi.

Il Brasile che si affaccia al terzo millennio è un paese non solo più ricco, ma soprattutto meno iniquo.

Con l’elezione di Dilma, però, le cose iniziano a cambiare. La crescita record del 2010, quando la corsa del PIL ha fatto registrare uno stratosferico 7,5%, è stata drogata dal ciclo politico elettorale, messo bene in luce dall’economista Tommaso Nannicini, dell’Università Bocconi, che in una ricerca ha sottolineato l’ampia discrezionalità del governo federale nell’allocare i fondi a stati e municipi e la sua storica determinazione a utilizzarli con una certa spregiudicatezza in epoca elettorale. Nel 2011, il primo anno della sua amministrazione, il risultato è un più modesto 2,7%, ma è il 2012 a far segnare una brusca frenata, con uno 0,9% che disorienta osservatori in patria e all’estero. Che cosa è successo?

Il modello di sviluppo degli anni di Lula si è esaurito a mano a mano che l’economia ha assorbito la manodopera disponibile e l’inflazione, alimentata dalla domanda di beni di consumo e dalla crescente carenza di forza lavoro, ha iniziato a rialzare la testa.

Il governo di Dilma Rousseff ha dovuto prendere atto che l’effetto positivo derivante dall’inclusione di milioni di persone nella forza lavoro è finito, la domanda di beni di consumo di queste fasce della popolazione non può più, da sola, sostenere la crescita. E dunque che è necessario spostare finalmente la domanda dal consumo agli investimenti, per aumentare la produttività dell’industria e sopperire alle carenze infrastrutturali di cui sopra.

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Perché la realtà attuale è ben diversa da quanto si osservava nella congiuntura 2008-2009, quando ad un rallentamento della domanda esterna (causata dalla grande crisi finanziaria avviata con il fallimento di Lehman Brothers) corrispondeva una situazione di sottoutilizzazione delle risorse produttive. Oggi, al contrario, il paese vive una situazione di piena occupazione (5,5% la disoccupazione media, che ormai da inizio 2013 si è attestata a questo livello, il minimo storico da quando i dati sono rilevati, ha sottolineato l’IBGE, l’istituto nazionale di statistica), che arriva a punte critiche nelle zone urbane del sudest, quelle a più alta intensità di investimento, dove la carenza di manodopera inizia a costituire un problema. Il problema è che in mancanza di un adeguato stock di capitale fisico (leggi impianti moderni ed efficienti), e di capitale umano (ovvero di adeguata formazione della forza lavoro), e dunque degli investimenti per realizzarli, questa situazione è destinata a scaricare le tensioni tra domanda e offerta in un aumento dell’inflazione.

E proprio da questo mix di incertezza economica sul futuro e inflazione risalente è derivata l’esplosione delle proteste che nel giugno 2013, proprio in concomitanza con lo svolgersi della Confederations’ Cup, il prologo della Coppa del Mondo di calcio, ha riacceso l’attenzione del mondo sulle dinamiche sociali interne al Brasile e sulla voglia di protagonismo delle sue classi emergenti.

Troppo presto liquidate come dimostrazioni di fragilità e instabilità politica ed economica, la riprova che ancora una volta il paese ha fallito l’aggancio con modernità e sviluppo, queste proteste ci dicono in realtà qualcosa di nuovo e diverso.

I milioni di membri della nuova borghesia urbana, figlia delle riforme di Lula, e di Cardoso prima di lui, scendendo in piazza hanno espresso chiaramente la loro voice, la loro appartenenza ad un sistema che fino ad allora li aveva esclusi, e del quale sono diventati membro a pieno titolo tramite l’inclusione che in un primo momento li ha visti come nuovi soggetti economici. Con il crescere del loro potere d’acquisto, però, oltre all’emancipazione dai bisogni più impellenti è venuta una nuova consapevolezza, quella di essere cittadini a pieno titolo, con diritto a servizi pubblici efficienti e dignitosi.

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Accade così che molti commentatori improvvisati, probabilmente gli stessi che fino a qualche mese prima dipingevano il Brasile come un nuovo bengodi, destinato a un futuro di inarrestabile crescita, inizino a raccontare di un paese sull’orlo del caos, preda di una gravissima crisi economica, che ha cancellato i progressi degli ultimi anni.

Si sbagliano, ovviamente, come sbagliavano qualche mese prima nel dipingere un quadro solo a tinte rosee.

Il Brasile continua ad essere un paese con solide istituzioni democratiche, ricco di opportunità e di risorse, che ha beneficiato negli ultimi 15 anni di una straordinaria crescita economica, che ha visto avanzare soprattutto le classi medio-basse, cambiando il suo profilo sociale economico.

Ma i miracoli non avvengono neppure a quelle latitudini, e dunque il rallentamento dell’economia e il risorgere dell’inflazione hanno messo in luce fragilità antiche, diffondendo ansia e incertezza tra i ceti più esposti al rischio di perdere un benessere conquistato a così duro prezzo negli ultimi anni.

Questa situazione ha tra l’altro messo in luce i limiti del modello istituzionale brasiliano, con l’incapacità del governo federale di reagire rapidamente a un repentino cambio di scenario.

È una situazione che espone come nervi scoperti i punti deboli del suo sistema politico, teatro di un singolare “presidenzialismo di coalizione”. Il presidente è il capo dell’esecutivo, eletto direttamente dalla popolazione in un’elezione a doppio turno cui partecipano (vista anche l’obbligatorietà del voto) 135 milioni di persone, ed è dunque forte di un’amplissima legittimazione democratica. Eppure deve negoziare le principali misure con un parlamento balcanizzato, complice un sistema proporzionale puro che gli impone coalizioni anche di dieci partiti, come quelli dell’attuale maggioranza, raccolta intorno al Partido dos Trabahadores di Dilma.

Non sorprende allora che la ricerca del compromesso lasci spesso il passo alla corruzione, che in taluni periodi è stata elevata a vero e proprio sistema, come ha svelato ai disillusi cittadini brasiliani lo scandalo del mensalão (quello che ha portato in carcere esponenti di primo piano del PT, tra cui José Dirceu, al quale abbiamo già accennato),visto che il presidente raramente dispone di una maggioranza propria in Parlamento, e si trova spesso costretto a negoziare il sostegno alle proprie proposte tra parlamentari che cambiano schieramento con grande disinvoltura.

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Più in generale, è evidente che il Brasile (come forse l’Italia del 1968) esce da una fase di sviluppo economico mai visto nella sua storia, ma ha strutture sociali di base ancora legate al potere oligarchico. I giovani che hanno avuto accesso alla scuola e ai consumi di massa negli ultimi 10-15 anni credevano di avere conquistato il benessere che avevano i pochi privilegiati della società elitaria, ma il paese non ha ancora adeguato a sufficienza il mercato del lavoro e il modello di convivenza sociale, dove tra l’altro riemerge periodicamente la questione razziale, come abbiamo visto proprio a proposito dei rolezinhos.

È altrettanto evidente, se guardiamo indietro, che il Brasile paese ha vissuto per lunga parte della sua storia una continua tensione tra stato democratico, o che ambiva ad essere tale, e società oligarchica.Il grande sviluppo degli ultimi anni – economico in primis, ma anche istituzionale – pone conflitti di crescita, legati alle aspettative crescenti che esso ha suscitato in larghi strati della popolazione.

Negli ultimi anni è accaduto sì che milioni di persone (almeno 30 milioni, secondo dati di comune dominio) siano entrati nella classe media, ma lo hanno fatto più da consumatori che da cittadini: sotto il profilo dell’estensione dei diritti, sociali ed economici, se non propriamente politici, molto resta da fare.

In tutta la storia del Brasile – e sotto questo profilo i due “padri” del Brasile contemporaneo, Fernando Henrique Cardoso e Lula, non hanno fatto eccezione – il sistema politico si è retto su forme peculiari di clientelismo, per sfuggire alle quali è sorta negli ultimi tempi una domanda moderna di diritti, che costituisce una sfida enorme per il modello di convivenza del paese.

Su queste riflessioni, si innesta una nota di ottimismo, derivante dal fatto che storicamente i leader brasiliani (tutti, senza eccezioni), che pure di norma – in virtù proprio del sistema istituzionale che poco sopra abbiamo sommariamente descritto – sono investiti del loro potere al di sopra, e quasi a prescindere dai partiti, istituzioni che in Brasile non hanno mai rivestito troppa rilevanza, hanno sempre esercitato stili di leadership non confrontativi, che cioè salvo rare eccezioni non si sono mai mossi in senso anti-istituzionale, prendendo derive populiste distruttive come è invece è spesso accaduto in altri paesi dell’America Latina.

A partire dal ritorno alla democrazia del 1985, tutte le crisi, anche quelle più profonde e potenzialmente destrutturanti – ricordiamo gli anni dell’iperinflazione, del default sul debito estero, dell’impeachment di Fernando Collor – si sono svolte e sono state risolte nella cornice istituzionale data.

Sotto questo profilo, c’è da sperare che l’onda di aspettative e ambizioni del nuovo Brasile che in questi giorni scende in piazza non vada incontro alle frustrazioni e alle delusioni che sono invece toccate ai manifestanti del ’68 a casa nostra e in altri paesi occidentali.