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La risoluzione di diritto dei rapporti di lavoro nel Codice della Crisi e dell’Insolvenza

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Il Codice della Crisi e dell’Insolvenza approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri e pubblicato in Gazzetta Ufficiale con il decreto legislativo 12gennaio 2019, n. 14, disciplina per la prima volta in modo organico la sorte dei rapporti di lavoro subordinato in caso di insolvenza dell’imprenditore.
L’art. 189, che entrerà in vigore il 15 agosto 2020, con nove corposi commi recepisce orientamenti della giurisprudenza che all’esito di un annoso dibattito sono oggi pacifici (vd. ex multis Cass. 7473/2012): viene finalmente dato un fondamento normativo alla soluzione della sospensione dei rapporti che interviene in modo automatico con l’apertura della procedura di liquidazione, che per lungo tempo è stata frutto di semplice elaborazione giurisprudenziale,con facoltà per il curatore di subentrarvi entro quattro mesi, che se non esercitata determina la risoluzione di diritto del contratto di lavoro.
La durata della sospensione è prorogabile sino a un massimo di otto mesi, quando sussista una prospettiva di ripresa dell’attività o di trasferimento di azienda.

Quella della risoluzione di diritto è senza dubbio una delle novità più rilevanti del Codice: essa, infatti, sembra poter operare in modo automatico e quindi senza bisogno che il curatore comunichi alcunché in forma scritta. In attesa di un’opportuna elaborazione della prassi, occorrerà verificare come coordinare tale norma con la previsione dell’art. 4 bis del d.lgs. 21 aprile 2000, n. 181 che impone di comunicare la cessazione del rapporto “al Servizio competente nel cui ambito territoriale è ubicata la sede di lavoro” nonché soprattutto con l’esigenza del lavoratore di accedere alla NASpI. Sotto il secondo profilo, poiché secondo l’art. 4 bis tale comunicazione è valida “ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione nei confronti delle direzioni regionali e provinciali del lavoro” e, tra gli altri, anche “dell’Istituto nazionale della previdenza sociale”, essa sembra sufficiente a garantire al lavoratore l’accesso al beneficio senza ulteriori formalità.
La risoluzione di diritto è poi doverosamente coordinata con le norme in tema di licenziamenti collettivi: com’è noto, la Cassazione, a disciplina vigente, ha stabilito che anche in caso di cessazione dell’attività conseguente a fallimento il curatore è tenuto a esperire la relativa procedura, in mancanza della quale il lavoratore può far valere l’illegittimità del recesso (per tutte, la recente Cassazione n. 522/2018). Pertanto, nel caso in cui ricorrano i requisiti previsti dalla legge n. 223/1991, in presenza dei quali è obbligatorio esperire la relativa procedura (in proposito, per la liquidazione giudiziale, l’art. 189, comma 6ne detta una ad hoc, ricalcata su quella prevista dalla legge 223/1991), il curatore non potrà contare sulla risoluzione di diritto, ma dovrà necessariamente attivare il confronto con le organizzazioni sindacali, a pena di illegittimità dei recessi.
La durata della sospensione è prorogabile sino a un massimo di otto mesi, quando sussista una prospettiva di ripresa dell’attività o di trasferimento di azienda. Al termine della proroga, il rapporto del lavoratore sospeso al quale poi il curatore non comunichi il recesso o il subentro, si intende risolto di diritto, ma al dipendente spetta un’indennità in prededuzione modulata sullo schema delle tutele crescenti, che può raggiungere – a seconda dell’anzianità del lavoratore – un massimo di otto mensilità.
Inoltre, il lavoratore “sospeso” che si dimetta non dovrà provare la giusta causa del recesso, perché questa viene riconosciuta automaticamente con effetto dalla data di apertura della procedura.

Per informazioni contattare l’Avv. Alessandro Corrado (alessandro.corrado@corradolex.it).